Non ce la si riesce sempre ad essere didascalici. A spiegare ogni cosa con solerzia.
Qualche volta occorre che le parole calino come dogmi, più che scendere come corollari. Indizi da vergare sul taccuino del vecchio, con il pennino che scricchiola strusciando. Un giorno, agli audaci della memoria, torneranno buoni.
Lui è il
Dio della Birra. Vivo, incombente, spietato. Dalle sue mani erbose tramontano lampi di Verità birraria. Lei è gerbida, come la landa delle Fiandre Occidentali che le ha dato la luce.
Le sue radici affondano lontano. Se vogliamo trovarci uno stile, ebbene ce l’ha: è una Red Flamish. Ma solo di nome. La sua anima è semplice, e non pensa.
Il caleidoscopio è abbagliante come una stanza dagli innumerevoli specchi fantastici. È l’acetico a tiranneggiare, si innesta e si bilancia sulla solida struttura di miele di castagno e di caramello. La sequenza olfattiva è nitida e raffinata: ciliegia sotto spirito, cacao, prugna, uva sultanina, fragola. Ci sarebbe dell’altro ma ti arresti, stordito di complessità. Prima che questo inventariare arrivi a soffocare il puro piacere.
Rimane il calore – l'intorno è dei 13% alcolici – e la maestosa nobiltà delle botti di vino francese che l’hanno ospitata. La disfida, impari, fra acidità e una dolcezza quasi viscosa sembra non voler abbandonare il palato. Subdolo si affaccia anche il piccante.
Se volessimo scendere dal soglio diremmo di una certa legnosità amara, arcaica, appena levigata dal tempo, che ferisce un poco la lingua. Ma noi preferiremo chiamarla tipicità, tradizione, carattere.
E lasciare che, come un vento nella foresta, l’emozione non abbia fine.
Dedicata alle famigerate recensioni del Caffarri. Ed ai miei amici Giuseppe, Giorgio, Salvatore, Alberto, Alvaro e Fernando che con vanagloria ho cercato di omaggiare.