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L’idea di un’azienda giapponese per rilanciare la vendita di un cibo che anche in patria suscita sempre meno interesse e i cui consumi sono crollati negli ultimi decenni.
Per il Giappone, quello con la carne di balena è un rapporto complicato: è un cibo che fa tradizionalmente parte dell’alimentazione nipponica, ma i giapponesi non lo mangiano più tanto. E non lo mangiano più tanto sia perché come fonte proteica è stato sostituito da altro (soprattutto maiale, pollo e manzo) sia perché il resto del mondo sta cercando di convincere da anni il Giappone a smetterla con la caccia alle balene.
Quello che è successo lo scorso gennaio certamente non renderà le cose più facili: Kyodo Senpaku, un’azienda giapponese attiva da decenni nel settore, ha aperto a Tokyo i primi due distributori automatici di carne di balena, ha in programma di aprirne un altro a Yokohama a febbraio e altri ancora in un centinaio di località del Paese entro i prossimi 5 anni.
Le macchinette di kujira (carne di balena, appunto), che sono del tutto simili a quelle dove si possono comprare bibite e snack, vendono diversi prodotti a tema, comprese scatolette con carne importata dall'Islanda, pancetta, bistecche e carne da consumare cruda come sashimi; i prezzi vanno da 1000 a 3mila yen, cioè da circa 7 a circa 21 euro.
In una nota riportata da più organi di stampa, dalla CNN al Guardian, l’azienda ha spiegato che “le vendite hanno superato le nostre aspettative, anche se i prodotti non sono esattamente economici” e che “alcuni degli articoli sono andati rapidamente esauriti”. Secondo i responsabili di Kyodo Senpaku, questo dimostrerebbe “un ritrovato interesse dei giapponesi per la carne di balena”, con la clientela costituita prevalentemente da “persone anziane desiderose di fare un viaggio nel passato e giovani curiosi di provare nuovi sapori”.
In realtà, è molto più probabile che l’azienda cerchi di salvare il suo business, ormai morente. Come detto, ai giapponesi questa carne non sembra interessare più molto: secondo i dati dello stesso ministero della Pesca, se nel 1962 se ne mangiavano oltre 230mila tonnellate l’anno (quasi il doppio rispetto a manzo e pollo), oggi si è scesi a quota 1000. Inoltre, statistiche recenti dicono che quasi il 90% dei giapponesi compra carne di balena anche meno di una volta l’anno.
E però, la lobby dei balenieri è potente in Giappone, tanto da avere spinto il Paese a disdire a fine 2018 gli accordi per la sospensione della caccia alle balene e da ottenere 5 miliardi di yen (oltre 35 milioni di euro) di finanziamenti governativi nel 2020 per sostenere economicamente le aziende impegnate nel settore.
Ogni anno, il Giappone stabilisce una quota di balene che si possono pescare (il numero è deciso dal governo nipponico, dopo che il Paese ha abbandonato la International Whaling Commission): erano 900 sino al 2014, adesso sono scese a poco meno di 400. Sono meno della metà, sia perché la domanda interna è scarsissima (tant’è che molta parte del pescato viene esportata in Islanda e Norvegia) sia perché di balene ce ne sono sempre meno, nel Pacifico meridionale.
È difficile avere numeri precisi sulla popolazione di questi animali a livello mondiale, un po’ perché le tecniche di tracciamento e censimento sono complicate e un po’ perché le specie di balena sono tante. La IWC stima che ce ne siano in totale circa 1,5 milioni di esemplari, ma alcune, come la balena comune o la balenottera azzurra, sono state praticamente spazzate via fra il 1890 e gli anni Ottanta del secolo scorso. Per avere un’idea di cosa s’intenda per “spazzate via”, è utile ricordare che fra gli Anni ‘50 e ‘70 del ‘900 si arrivò a catturare e uccidere anche 60-70mila balene ogni anno (grafico qui sopra).
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