Dobbiamo sempre affidarci all’etichetta per capire da dove arriva un cibo che stiamo per comprare e se è di qualità, ma con il pesce possiamo fare anche altro.... Leggi tutto
Il Po più basso che a Ferragosto, 10mila ettari di risaie che non possono essere coltivate, 3 miliardi di danni nei campi: “Non possiamo escludere il razionamento dell’acqua”, ha ammesso la Protezione Civile.
Il livello del fiume Po che al ponte della Becca è più basso del punto più basso degli ultimi 70 anni, il lago Maggiore che è a un grado di riempimento del 22,7%, quello di Como che arriva al 30,6%, i ghiacciai del Trentino dove c’è metà della neve che dovrebbe esserci: lo dice Coldiretti, che la situazione idrica in Italia è preoccupante, e lo dicono molte altre associazioni di categoria. Ma anche se non lo dicesse nessuno, ce ne saremmo dovuti comunque accorgere da soli, che qualcosa non va: praticamente non piove da quasi 4 mesi e sono sempre di più i Comuni italiani che hanno invitato gli abitanti a “non sprecare l’acqua” e “usarla in maniera oculata”. Secondo gli ultimi dati, ce ne sono 170 in Piemonte (in alcuni la fornitura è stata sospesa nelle ore notturne), 125 nell’area della pianura Padana, una decina in Trentino, altrettanti in Liguria e un paio pure in Valle d’Aosta. E ci sono città, come Milano, dove un’ordinanza comunale ha disposto lo spegnimento delle fontane per evitare sprechi.
Insomma, in Italia c’è decisamente un allarme siccità, e anche qui i dati di Coldiretti aiutano a capire la dimensione del problema: secondo l’associazione, più di un quarto del territorio nazionale (precisamente il 28%) è a rischio desertificazione, non solo al Sud ma pure al Nord, con conseguenze importanti e preoccupanti su oltre il 30% della produzione agricola e sul 50% degli allevamenti. E quindi pure sulle nostre tasche.
Per gli agricoltori, le difficoltà sono molteplici. La prima che viene alla mente è ovviamente la mancanza di acqua per irrigare i campi, ma non c’è solo quella:
- nel delta del Po c’è l’avanzare del cosiddetto “cuneo salino”, con la risalita dell’acqua di mare (anche per 20 chilometri, in questi giorni) che rende impossibile le coltivazioni;
- c’è un drastico calo (circa 10mila ettari) delle semine di riso, un cereale che ha parecchio bisogno di acqua, soppiantate dalla soia, che ha meno richieste da questo punto di vista;
- c’è un minore rendimento (circa -15%) delle coltivazioni di grano, girasole, mais e degli altri cereali usati anche come foraggio per gli animali, così come di ortaggi e frutta, che (di nuovo) hanno bisogno di acqua per crescere e crescere bene.
Vero: quello della siccità è un problema che ritorna, ma è un problema che mai come quest’anno si era presentato così presto e con tale intensità. Ed è un problema che ha conseguenze: sempre secondo Coldiretti, “rischia di aumentare la dipendenza dall’estero”, da dove già arriva “il 64% del grano tenero, il 47% del mais per gli allevamenti, il 44% del grano duro e il 27% dell’orzo”. Il timore è che, ancora più di prima, saremo costretti a rivolgerci a produttori stranieri per procurarci questi ingredienti, cosa che però (soprattutto a causa della guerra in Ucraina) è diventato ancora più difficile fare.
Come si capisce, vista la stagione in cui siamo e visto che per i prossimi due mesi è altamente improbabile che venga a piovere come sarebbe necessario, il governo e le associazioni stanno cercando di correre ai ripari: “Serve accelerare sulla realizzazione di un piano per i bacini di accumulo, perché solo in questo modo riusciremo a garantirci stabilmente in futuro le riserve idriche necessarie”, ha detto il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini. Che intende? Intende che “oggi raccogliamo solo l’11% dell’acqua piovana, mentre potremmo arrivare al 50%”, realizzando nuovi invasi che possano moltiplicare la capacità produttiva dell’agricoltura. Per farlo è però necessario velocizzare le autorizzazioni burocratiche, un po’ accadde a Genova per la ricostruzione del ponte Morandi.
In questa bollente fine di giugno, Prandini ha chiesto altro al governo: “È necessario che la questione sia trattata come una vera e propria emergenza nazionale” e che “nei territori più colpiti sia dichiarato lo stato di emergenza”. Che è una cosa su cui l’Esecutivo sta ragionando ma su cui non ha ancora preso una decisione definitiva: “Stiamo definendo i criteri insieme con le Regioni e le misure da adottare - ha detto il capo della Protezione Civile, Fabrizio Curcio, intervenendo al TG1 - Penso che entro un paio di settimane avremo chiare le idee e potremo fare la dichiarazione dello stato di emergenza”. Curcio ha detto anche un’altra cosa, decisamente più preoccupante: ricordando che anche quest’anno c’è l’emergenza incendi e che è peggio dell’anno scorso (200 interventi nelle ultime due settimane di giugno, contro gli 80 del 2021 e i 30 del 2020), ha ammesso che non si può escludere “il razionamento diurno dell'acqua”. Non si può escludere che ci siano ore del giorno in cui dai rubinetti non ne uscirà proprio. Succede perché “siamo al 40-50% di quantità di acqua piovuta in meno rispetto alle medie degli ultimi anni, e fino al 70% di neve in meno”, con il Po che “ha una portata sino all'80% in meno”.
Il problema è che l’allarme siccità arriva alla fine di un biennio che per gli agricoltori italiani è stato già durissimo, fra le complicazioni causate dalla pandemia all’invio e ricevimento di merci, aumenti vertiginosi del prezzo dell’energia e del gas usati (per esempio) per fare funzionare i macchinari o climatizzare le serre, impossibilità di procurarsi i concimi per fertilizzare i campi e molto, molto altro ancora.
Che cosa significa tutto questo, per noi consumatori, è facile da capire: è altamente probabile che saliranno ancora i prezzi degli alimenti collegati a queste materie prime e a queste professioni, dopo che a maggio sono saliti già del 7%. È un effetto cui non si sfugge, perché quello dei cereali è un mercato che ricorda un po’ la Borsa, dove i prezzi vengono fatti dall’andamento di domanda e offerta. Se la prima è alta e la seconda è bassa, il costo del prodotto sale. A prescindere da dove lo si compra.
Nemmeno è difficile capire che cosa significa tutto questo per i produttori, che insieme avrebbero già subìto oltre 3 miliardi di danni: dovranno spendere di più o guadagnare di meno (o tutte e due le cose) per cercare di stare in piedi. Cosa che molti già non riescono a fare: gli ultimi dati del Crea, il Consiglio per la Ricerca in Agricoltura, dicono che l’11% delle aziende agricole italiane ha dovuto cessare le attività, semplicemente perché produrre era diventato economicamente svantaggioso, e che circa il 30% sta attualmente “lavorando in una condizione di reddito negativo”. Cioè spendendo più di quello che guadagna.
Perché succede? Perché la filiera agroalimentare italiana è stata colpita da una “tempesta perfetta” di sfortune: negli anni del coronavirus, il costo dei container per le spedizioni è salito di oltre il 400% (con picchi del +1000%), quello del trasporto su gomma del 25%, i concimi del 170%, i mangimi del 90%, il gasolio del 129%. Ancora: il prezzo degli imballaggi di vetro per le confezioni è salito di oltre il 30% in un anno, il tetrapack del 15%, le etichette del 35%, il cartone del 45%, i barattoli di banda stagnata del 60% e la plastica del 70%.
Ce n’è abbastanza per preoccuparsi (se non disperarsi), anche perché il peggio non sembra ancora essere arrivato: lo scorso maggio è stato il secondo maggio più caldo di sempre, con un +1.83° rispetto alla media climatica dal 1800 (questo dato arriva dal CNR), e annuncia un’estate che sarà ancora peggiore. Secondo le previsioni, si conferma la tendenza all’innalzamento delle temperature in Italia, con la classifica degli anni più caldi concentrata tutta nell’ultimo periodo: 2018, 2020, 2015, 2014, 2019 e 2003. Con il 2022 che sembra purtroppo destinato a piazzarsi decisamente in alto.
E non è ancora finita: come altri anni (ma mai tanto come quest’anno), la Sardegna si trova ad affrontare la questione delle cavallette, che stanno devastando circa 30mila ettari di coltivazioni fra le province di Nuoro, Oristano e Sassari. Secondo Coldiretti, “a questi ritmi si rischia la distruzione di 50mila ettari entro poche settimane”, con le aziende che saranno “costrette a non coltivare i campi proprio in un momento in cui l’Italia ha bisogno di potenziare al massimo la capacità produttiva per fare fronte agli effetti della guerra in Ucraina”.
Di nuovo, la colpa di tutto è il caldo anomalo, che favorisce un esagerato sviluppo di questi insetti, che essendo polifagi mangiano (e dunque distruggono) tutto quello che trovano sulla loro strada. Alla faccia di chi dice che quelle sul cambiamento climatico e il riscaldamento globale sono solo favolette.
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