Dobbiamo sempre affidarci all’etichetta per capire da dove arriva un cibo che stiamo per comprare e se è di qualità, ma con il pesce possiamo fare anche altro.... Leggi tutto
Cetrioli, zucchine, pomodori, albicocche, amarene, mango e limoni: dalla Liguria alla Sicilia, due agricoltori ci raccontano la lotta quotidiana contro alte temperature e mancanza d’acqua.
“Io un periodo così, onestamente non lo ricordo”: Emanuela Colamartino dice una cosa che in queste settimane stanno dicendo in tanti. Che un caldo così non l’avevano provato prima, che una siccità così non c’era mai stata, che i fiumi e i laghi così bassi era da decine d’anni che non si vedevano. Detto da lei, però, fa un po’ più impressione. Colamartino è responsabile Ortaggi della Cooperativa ortofrutticola di Albenga, che è uno dei principali territori italiani da cui vengono molte delle verdure che mangiamo ogni giorno.
E nella sua esperienza, appunto, “un momento così difficile non l’avevamo mai visto”. L’abbiamo contattata per farci raccontare come stanno veramente le cose, se la situazione sia davvero così preoccupante o se (come si legge sui social) siano solo i giornali che fanno inutile allarmismo. E per capire come mai, in molte città italiane fatichiamo a trovare frutta e verdura, soprattutto alcune varietà. Ci ha risposto facendo alcuni esempi concreti.
Va detto che le prime difficoltà non sono di adesso, ma risalgono a metà giugno: “A causa del gran caldo, molti ortaggi hanno iniziato a fiorire prima e a dare i frutti in anticipo - ci ha spiegato Colamartino - Qui nella Piana di Albenga è successo soprattutto con i pomodori, le zucchine e le zucchine trombetta, spuntate già il 10 giugno invece che a luglio”. E andava pure bene: c’era il caldo giusto e i prodotti erano buoni e belli. Solo che il caldo è continuato e pure aumentato: “In Liguria, ma anche in Lombardia e Veneto, le piante di pomodoro stanno praticamente bruciando sui palchi (le strutture su cui si coltivano, ndr)”.
“Bruciare” non è un termine tecnico, ma rende bene l’idea di quello che sta succedendo: “A causa del troppo caldo, la pianta perde il fiore, che cade a terra prima che si possa formare il frutto”, ci ha chiarito Colamartino. Stessa cosa sta succedendo, più o meno dalla metà di luglio, con i cetrioli. E sta succedendo in tutta Italia: “I fiori cadono, il frutto non si forma e i cetrioli stanno diventando rarissimi, tanto che dalle altre zone del Paese ce li stanno chiedendo con insistenza”. Idem per le zucchine trombetta: “Quelle piantate a maggio hanno resistito e, come detto, dato i loro frutti a metà giugno. Ma per quelle piantate a giugno è troppo caldo, il fiore viene cotto dal sole, diventa giallo e cade a terra”.
Come sempre, i numeri aiutano a inquadrare meglio la portata del problema. E anche a spiegare perché, le verdure che ci sono, costano sempre di più: “Qui da noi, rispetto all’anno scorso, la produzione di cetrioli è calata del 40-50%, quella delle zucchine trombetta del 30%, quella delle zucchine del 10-15%”, ci ha detto Colamartino. E i pomodori? “In proporzione, almeno in Liguria, soffrono di meno: il caldo però li rende meno belli e li riempie di macchie”.
Il problema è proprio questo: il caldo. Meglio: il caldo che non molla. “L’impennata delle temperature c’è stata dalla fine di giugno, ma non è solo quello - ci hanno spiegato da Albenga - È che è un caldo costante, giorno e notte, che non dà tregua”. E le piante non ce la fanno: “Sono in grado di resistere a 4-5 ore di queste temperature, ma non se durano tutte queste ore ogni giorno”. Il ragionamento è semplice: “Sono piante, non sono macchine. Se prima erano abituate a stare a 30° con il 50% di umidità e a dare i loro frutti in queste condizioni, è difficile che riescano a fare lo stesso con 40° e il 90% di umidità”. Ancora di più se vengono coltivate (come si dice) in campo aperto, e dunque stanno costantemente sotto al sole: “Chi ha la serre ha qualche possibilità in più, ma comunque quest’anno ha dovuto ombreggiare le strutture, oppure pitturarle di bianco per cercare di ridurre l’impatto del calore”.
Non è finita, perché anche in Liguria (come già alla foce del Po) c’è il problema della siccità, della mancanza d’acqua e del cuneo salino: se dall’Adriatico l’acqua marina risale il corso del fiume, ad Albenga s’infiltra nelle falde acquifere. Colamartino ci ha raccontato che “solitamente i pozzi delle aziende agricole, da dove prendono l’acqua per irrigare, arrivano a 30-40 metri di profondità” e che “sin che c’è acqua in abbondanza, possono prenderla senza scendere troppo in basso”. In questo periodo, però, “arrivano praticamente in fondo, dove trovano acqua marina e salata”. Che ovviamente non si può usare per irrigare.
Dall’altro capo dell’Italia, in Sicilia, purtroppo le cose non vanno diversamente: “È parecchio caldo, e anche se qui siamo abituati, quest’anno è un po’ particolare”. A parlare è Rosolino Palazzolo, la cui azienda agricola è stata fra le prime in Italia a coltivare i frutti tropicali (ci aveva aiutato per la nostra guida all’acquisto dell’avocado).
Visto che sono sempre di più le notizie che arrivano da città anche grandi o molto grandi dove è difficile trovare albicocche, meloni, fichi, amarene e molto altro, con lui abbiamo parlato di frutta: “Sull’isola ha iniziato a fare molto caldo già a maggio, cosa che ha fatto sbocciare alcune piante in anticipo e ne ha rovinate altre”. Un esempio è il mango: “Molti frutti sono stati bruciati direttamente sulla pianta, altri sono stati sputati a terra”. Che (di nuovo) non è un termine tecnico, ma fa capire bene quello che sta succedendo.
Anche in Sicilia, comunque, il problema non è solo il caldo, ma il fatto che sia costante e continuato: “Rispetto al passato, in cui c’erano giornate calde alternate ad altre meno calde, ora è diverso e spesso ci sono più giorni di fila, se non addirittura settimane, con temperature diurne che superano i 40° - ci ha raccontato Palazzolo - nel 2021 abbiamo avuto momenti di gran caldo, ma erano picchi, periodi limitati. Quest’anno no, quest’anno è diverso”.
Per farci capire quanto, “è diverso”, Palazzolo ha usato alcuni esempi concreti: “Di solito, in questa stagione, negli agrumeti si fanno due cicli di irrigazione al mese ma ora siamo tutti passati ad almeno 4, altrimenti le piante soffrono”. Il calcolo non è complicato: la richiesta d’acqua è raddoppiata. Ancora: “Coltivo banane e papaya in serra, ma devo bagnarle ogni giorno, mentre sino all’anno scorso, sempre d’estate, potevo farlo a giorni alterni”. Per gli altri frutti la situazione non è diversa: richiedono tutti “da una volta e mezza a due volte l’acqua che era necessaria nel 2021”. Per non parlare degli avocado, che già normalmente sono molto più assetati delle altre piante.
Per fortuna, ci ha spiegato Palazzolo, al Sud il problema della siccità sembra meno grave. O comunque è percepito come meno grave: “Qui siamo abituati a usarla con attenzione e sappiamo che è un bene limitato - ci ha detto - quello che al Nord è emergenza, per noi è la normalità, ma qui usiamo metodi di irrigazione più efficaci, come quello a goccia, che riduce tantissimo gli sprechi”. E che si dovrebbe usare in tutta Italia, come ci aveva spiegato anche Cosimo Rummo.
Nonostante questo, le conseguenze si vedono: “La produzione di limoni è ridotta al minimo, ne abbiamo raccolti e ne raccoglieremo pochissimi”. Quest’autunno aspettiamoci quindi di trovarne molto pochi (italiani, almeno) nei negozi delle nostre città: chissà se basterà per convincere i negazionisti del cambiamento climatico che non è vero che “a luglio è sempre stato così caldo”.
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