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A poco più di dieci giorni dall’inizio del conflitto, peggiorano le conseguenze sulla filiera alimentare italiana, con Mosca che blocca l’export di materiali fondamentali per i concimi e le serre che rischiano di restare al buio.
Fra fine febbraio e inizio marzo, quasi un terzo delle imprese agricole italiane ha deciso volontariamente di ridurre i raccolti per colpa dell’aumento insostenibile dei costi di produzione, a causa della crescita del costo del gas, dell’energia, delle materie prime e dei materiali necessari per confezioni e imballaggi.
Non solo: dopo la prima settimana di guerra in Ucraina, secondo un’analisi di Coldiretti, il prezzo del grano è cresciuto di un altro 38,6%, quello del mais del 17% e quello della soia del 6%. Sono aumenti sui già notevoli aumenti visti fra 2020 e 2021 e hanno effetti anche dove magari non ce li saremmo aspettati. Su carne, latte e formaggi, per esempio. Che con i cereali non c’entrano, ma in qualche modo c’entrano. E soprattutto c’entrano tantissimo con l’energia.
La settimana scorsa, Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti, ci aveva ricordato che “importiamo oltre la metà del mais usato per i mangimi che servono per nutrire gli animali con cui produciamo carne, latte e formaggi”. Non siamo autosufficienti, insomma. Ed è facile immaginare che se il costo del mais aumenta (perché ce n’è meno, perché chi lo vende decide di non venderlo più, perché c’è chi cerca di comprarselo tutto e per un altro motivo che spieghiamo più sotto), aumenterà il costo dei cibi a lui collegati.
Meno facile è capire di quanto: secondo Ivano Vacondio, presidente di Federalimentare, “il costo del mais è aumentato del 60-70% rispetto al 2020”, ma non c’è un’equazione matematica che stabilisca quanta parte di questo incremento si riversi sul prodotto finito. Perché? Perché il prezzo della carne dipende da una grande varietà di fattori: non solo da quello che mangia l’animale, ma pure da che animale è, di quale razza, dove è stato allevato e così via.
Identica cosa succede con la soia, che viene usata per gli stessi scopi e secondo Coldiretti è “fondamentale per l’alimentazione degli animali e per le grandi produzioni di formaggi e salumi Dop”, il cui prezzo è aumentato del 30-40% in un anno e di cui l’Italia importa oltre il 70% del suo fabbisogno. Ma questi non sono gli unici problemi, perché c’è anche la questione del concime.
Dalla fine di febbraio, il conflitto fra Russia e Ucraina ha fatto aumentare del 170% il costo dei concimi, che come si capisce sono fondamentali sia per l’agricoltura sia per l’allevamento: “Produrre i concimi azotati con cui integrare il letame, che comunque va estratto, lavorato e trasportato (insomma: usarlo costa, ndr) consuma energia, che ora costa di più”, ci ha spiegato ancora Bazzana. Di più: “In risposta alle sanzioni internazionali contro il suo Paese, Putin ha ridotto l’export di concimi azotati, di cui la Russia è fra i principali fornitori a livello mondiale”.
Spieghiamo: Mosca ha imposto lo stop all’esportazione di nitrato di ammonio, fondamentale per la concimazione del grano, di cui rappresenta da solo circa un quarto dei costi complessivi di coltivazione, portando appunto a un’impennata dei prezzi di oltre il 170% (da 250 a 670 euro a tonnellata) e anche mettendo a rischio la produzione europea di grano, perché “il nitrato di ammonio viene a mancare proprio nella fase decisiva per la crescita delle spighe”. Non è l’unico fertilizzante che ha subìto rincari, anche in relazione all’aumento del costo del gas: l’urea è balzata a 750-800 euro a tonnellata, contro i 350 dello scorso anno, il perfosfato minerale è passato da 170 a 330 euro/tonnellata e i concimi a contenuto di potassio sono schizzati da 450 a 850 euro/tonnellata.
E visto che tutta la filiera alimentare è in qualche modo collegata (semplificando: il concime fa crescere i cereali, i cereali vengono mangiati dagli animali, gli animali servono per produrre carne, latte e formaggi), tutto questo si riflette poi sull’andamento dei prezzi per noi consumatori. Che sono destinati ad aumentare ancora.
È anche per questi motivi, oltre che per l’impennata delle bollette, che oltre il 30% delle 27mila aziende florovivaistiche italiane (danno lavoro a circa 200mila persone) ha ridotto la produzione di piante e fiori.
Coldiretti ha ammesso che “con la spesa energetica che è cresciuta del 50%, i costi di produzione superano di gran lunga quelli di vendita”, ricordando che “per le orchidee servono almeno 14 ore al giorno di energia fra riscaldamento e illuminazione, mentre le rose hanno bisogno di una temperatura fissa di almeno 15 gradi e lo stesso vale per gerbere, ranuncoli e tulipani”. Il problema non è solo l’alimentazione delle serre (che in certi casi servono anche per fare crescere frutta e verdura), perché vanno considerati pure i costi delle materie prime, dei fertilizzanti e di vasi e cartoni per gli imballaggi: “Gli incrementi hanno riguardato la plastica per i vasetti dei fiori (+72%), il vetro (+40%) e la carta (+31%), per i quali sono cresciuti anche i tempi di consegna, in qualche caso addirittura quintuplicati”.
Insomma, altro che invitare i soldati a “mettere fiori nei vostri cannoni”: se andiamo avanti così, di fiori non ne resteranno proprio.
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