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Lo dice il Guardian, citando un studio di Boston Consulting Group: il cibo plant-based è 11 volte più efficace nell’abbattere i gas serra rispetto alle auto a zero emissioni.
Gli investimenti nelle alternative vegetali ai prodotti alimentari di derivazione animale “portano a una riduzione molto più significativa di emissioni inquinanti rispetto a qualsiasi altro investimento green”: lo ha scritto chiaramente il quotidiano britannico The Guardian alla fine della prima settimana di luglio, citando i risultati di una ricerca condotta da Boston Consulting Group.
BCG è una multinazionale americana ed è fra le più grandi società di consulenza al mondo: lo studio (che è questo) è stato condotto esaminando i risultati economici e ambientali delle imprese attive nel settore del plant-based e anche intervistando oltre 3700 persone fra Gran Bretagna, Stati Uniti, Cina, Francia, Germania ed Emirati Arabi. Che sia arrivato alla conclusione appena citata, è una notizia. Ed è una notizia che sia una notizia: ormai da anni, c’è consapevolezza che ridurre il consumo (e dunque la produzione) di cibo di derivazione animale porterebbe a ridurre sensibilmente l’inquinamento, ma del tema si parla molto meno di quello che forse si dovrebbe. Non se n’è praticamente parlato alla COP26 di Glasgow dello scorso autunno e raramente ne parla pure Greta Thunberg, forse la più celebre fra gli attivisti ambientali.
Ora questa ricerca potrebbe cambiare le cose, ma che cosa dice? Sostanzialmente, che ogni dollaro investito nello sviluppo di carne vegetale, non-carne, formaggi plant-based e così via, produce risultati nell’abbattimento di gas serra “3 volte maggiori rispetto al cosiddetto cemento verde, 7 volte maggiori rispetto all’edilizia sostenibile e 11 volte maggiori rispetto alle auto a emissioni zero”. Perché succede? Succede soprattutto per l’enorme differenza a livello di inquinamento che c’è fra produrre (per esempio) carne di manzo e una sua qualsiasi alternativa vegetale: si parla di emissioni da 6 a 30 volte più grandi.
Questa è forse la prima volta che due fonti molto autorevoli mettono in chiaro e sottoscrivono una cosa che nel settore si sa da tempo, e che su Cucchiaio abbiamo scritto già oltre due anni fa nell'articolo Quello che mangiamo è quello che inquiniamo: modificare le abitudini alimentari è fra i cambiamenti più significativi che le persone possono fare per ridurre la loro carbon footprint, perché quello che mangiamo rappresenta il 20-25% di quello che ognuno di noi inquina ogni anno.
Alla luce di queste cifre, lo studio di BCG dice anche altro: che gli investimenti nelle cosiddette proteine alternative stanno crescendo molto (a livello mondiale, sono quintuplicati fra 2019 e 2021), ma che sono destinati a crescere ancora. E anche che questi prodotti a oggi sostituiscono il 2% della carne, delle uova e dei latticini venduti, ma saliranno oltre il 10-11% entro il prossimo decennio. Sempre che il loro tasso di diffusione non aumenti ancora, cosa che è decisamente probabile.
Se le cose andassero così, le stime dicono che intorno al 2035 dovremmo aver azzerato in questo modo una quantità di inquinamento pari a quella emessa ogni anno da tutta l’aviazione civile. Lo si capisce dai numeri dell'inquinamento causato dalla produzione di cibo: secondo la ricerca, la produzione di carne e latticini consuma l'83% dei terreni agricoli e provoca il 60% delle emissioni di gas serra causati dall'agricoltura, fornendo però solo il 18% delle calorie e il 37% delle proteine che servono alle persone. L’idea è di spostare maggiormente la nostra dieta verso vegetali, verdure e loro derivati, cosa che secondo gli autori dello studio aiuterebbe anche a mitigare gli effetti delle crisi alimentari: “Elimineremmo quelli che possiamo chiamare intermediari, che siano mucche, maiali, galline o polli - hanno spiegato al Guardian - Invece di coltivare campi per nutrire tutti questi animali, e poi mangiare gli animali, potremmo usare i raccolti direttamente per il consumo umano”.
Difficile dire se e in quali tempi si arriverà davvero a non consumare più carne, latte e formaggi, e forse non è nemmeno questo il punto (come abbiamo scritto spesso, il punto è ridurre e trovare un giusto equilibrio). E però, già c’è qualche ipotesi su questo possibile traguardo: nel 2021, un altro studio di BCG stimava che “Europa e Nord America raggiungeranno il picco della carne entro il 2025, momento in cui il consumo inizierà a diminuire”, mentre secondo altre fonti è dal 2040 che “la maggior parte della carne che mangeremo non arriverà dalla macellazione degli animali”, ma sarà derivata dalle piante, stampata in 3D o coltivata in laboratorio. Che è un po’ l’obiettivo che si è dato Pat Brown, fondatore di Impossible Foods, come ci aveva raccontato lui stesso durante la nostra intervista.
Resta da capire che cosa faremo noi consumatori: accetteremo tutto questo oppure no? La ricerca di Boston Consulting Group prova a rispondere anche a questa domanda: il 30% degli intervistati (fra cui, va ricordato, non c’erano italiani) si è detto “pronto a passare a prodotti alternativi se avessero un impatto climatico positivo” e poco meno del 90% ha ammesso di “aver apprezzato alcuni dei prodotti alternativi provati”. Però, c’è un però: la maggior parte delle persone si aspetta che ormai carne e formaggi vegetali non costino più delle loro controparti tradizionali. Che onestamente è una richiesta che ci sentiamo di sostenere: se si deve fare la propria parte per contrastare il cambiamento climatico, la si deve fare tutti.
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