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Che cosa significa il termine climatariano riferito a una dieta che vuole principalmente contrastare gli effetti negativi del cambiamento climatico attraverso i cibi che si mangiano, facendo così del bene al Pianeta.
Chi, attraverso l’alimentazione, ha come primo obiettivo quello di invertire il cambiamento climatico. Friedland, 2015
Un termine relativamente nuovo, che ha iniziato a circolare intorno alla metà del secondo decennio degli anni Duemila: alla fine del 2015, il New York Times l’ha inserito fra le nuove parole dell’anno legate al cibo, prendendo spunto dal libro “Eatymology: The Dictionary of Modern Gastronomy” di Josh Friedland (notare nel titolo il gioco fra etymology-etimologia ed eatymology, cioè etimologia del cibo).
Nel testo si legge la definizione riportata in cima a questa pagina, cui l’autore aggiunge che i climatariani mangiano “cibo prodotto localmente (per ridurre il consumo di carburante per il trasporto), carne di maiale e pollo invece che di manzo e agnello (per limitare le emissioni di gas serra)” e anche “usano ogni parte del cibo (torsolo della mela, crosta del formaggio e così via), per limitare sprechi e rifiuti”.
Come si capisce, la dieta climatariana è diversa da quella vegetariana, sia perché consente il consumo di carne sia perché l’obiettivo di chi la segue è innanzitutto quello di contribuire a mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Il termine è uno dei 3 più ricorrenti quando si parla di alimentazione legata in qualche modo alle tematiche ambientali, insieme con flexitariano (che è precedente) e reducetariano, che è più o meno contemporaneo. Queste ultime due diete, però, sono più concentrate su quantità e percentuali di carne che non si devono superare (la prima) e in generale sulla riduzione delle porzioni (la seconda), mentre quella climatariana lascia una maggiore libertà d’azione e di scelta.
Nel nostro Paese, l’utilizzo di questa parola risale all’incirca sempre al 2015, con le prime tracce sulla stampa italiana che si trovano fra la fine di quell’anno e l’inizio del 2016. Il significato del termine non è stato analizzato dall’Accademia della Crusca e nemmeno compare nella Treccani, che però gli ha dedicato una pagina nella sua sezione Atlante, in cui viene data questa definizione: è chi “decide la sua dieta in base all’impatto che la produzione, la confezione e il trasporto degli alimenti hanno sull’ambiente e sui cambiamenti climatici”, cioè “persone che scelgono il cibo in base ai suoi effetti sulla salute del singolo ma anche (forse soprattutto) sulla salute dell’intero pianeta”. Quello che è successo fra inizio 2020 e inizio 2022, con il divampare della pandemia e una maggiore attenzione alle questioni ambientali, ha fatto sì che la parola climatariano prendesse ancora più spazio anche da noi. Secondo Coop Italia, è stata fra le parole del 2021 e questa dieta, quella delle “persone che hanno modificato il regime alimentare per contribuire a ridurre l’impatto ambientale del cibo", riguarderebbe “un italiano su sei”.
Come anche solastalgia, climatariano è un portmanteau o parola macedonia, cioè un termine nato dalla fusione di altri due termini: in questo caso, dall’unione fra la parola clima e il suffisso -tariano, che sta generalmente a indicare chi (per scelta o per necessità) ha una qualche restrizione alimentare. Come i vari flexitariano, reducetariano o vegetariano.
Friedland J., Eatymology: The Dictionary of Modern Gastronomy (Sourcebooks, 2015)
Mosking J., “Hangry”? Want a Slice of “Piecaken”? The Top New Food Words for 2015 (The New York Times, 2015)
AA. VV., Climatarian: mangiare senza lasciare impronte (Treccani, 2016)
Pladevall-Ballester E., Martín S., Persistence and Resistance in English Studies: New Research (Cambridge Scholars Publishing, 2018)
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