Dobbiamo sempre affidarci all’etichetta per capire da dove arriva un cibo che stiamo per comprare e se è di qualità, ma con il pesce possiamo fare anche altro.... Leggi tutto
Intervista a Massimo Fileni, vicepresidente dell’azienda marchigiana prima in Italia per la produzione di carni bianche biologiche: “Abbiamo scelto di essere rispettosi e guardare al futuro”
La carne si è fatta un brutto nome negli ultimi anni: c’è chi ha deciso di mangiarne molto meno per motivi di salute (o anche proprio per nulla), chi l’ha fatto per ragioni etiche e di amore verso gli animali, chi per una questione ecologica. L’idea è quella di fare calare la domanda per fare calare l’offerta, cioè la produzione con i suoi effetti dannosi sull’ambiente. Che sono veri e ormai innegabili, come su Cucchiaio abbiamo spiegato più volte, anche facendoci aiutare da numeri ed esempi concreti.
E però, un’altra cosa che abbiamo cercato di dimostrare è che un’altra carne è possibile e che il punto del discorso non è (solo) azzerarne il consumo o ridurlo, ma soprattutto cambiare il modo di produrla e anche il modo di sceglierla, comprarla, mangiarla. L’abbiamo fatto per la carne rossa, qui lo facciamo per la carne bianca. Non con una guida all’acquisto, ma con una chiacchierata con una persona che decisamente se ne intende.
Questa persona è Massimo Fileni, ha 53 anni ed è vicepresidente dell’azienda fondata dal padre Giovanni alle fine degli anni Settanta, e se abbiamo scritto che “decisamente se ne intende” è perché è così: Fileni è il primo produttore italiano di carni bianche da agricoltura biologica, ha 7 stabilimenti (i principali sono a Cingoli e Castelplanio, nelle Marche), 300 allevamenti che ospitano circa 10 milioni di animali, quasi 1900 dipendenti e fattura 450 milioni di euro l’anno.
Insomma: se si parla di carne bianca, si parla di e con Fileni. E quando gli abbiamo chiesto se “un’altra carne è possibile?”, nella sua risposta abbiamo percepito un misto di sorpresa e perplessità. Perché per lui è evidentemente ovvio, anche se tanto ovvio non è: “Certo che un'altra carne è possibile. È quella che facciamo noi, biologica, rispettosa dell'ambiente e degli animali, che stanno all'aperto e mangiano cibo che viene da coltivazioni responsabili, con agricoltori appassionati del loro lavoro e attenti alla salute dei loro prodotti, ma anche dei terreni e dell'ambiente”.
Qui si che è ovvio, o almeno lo sembra: ovvio che lui dica così, perché chiedere a lui “è come chiedere all’oste se il vino è buono”, per citare un celebre proverbio. Lui questa carne la vende, cosa vuoi che risponda? E però, di nuovo, tanto ovvio non è: Fileni è talmente grande (davanti ha solo Aia e Amadori) che potrebbe anche interessarsi poco a queste tematiche, potrebbe vivere di rendita sfruttando la sua posizione di leader del mercato, potrebbe non curarsene. E invece no, invece se ne preoccupa eccome. Ma perché lo fa? “Abbiamo scelto di essere rispettosi, lungimiranti e virtuosi - ci ha risposto - perché vogliamo offrire ai consumatori prodotti che siano sani, che facciano bene a chi li mangia e anche al mondo in cui viviamo. Soprattutto perché è quello che lasceremo ai nostri figli”.
A leggerle e ascoltarle, sembra di risentire le parole di Francesco Mutti, un altro imprenditore illuminato che abbiamo intervistato di recente e che ci ha parlato del concetto di “fare ognuno la sua parte”. E come nel caso di Mutti, non sono solo parole: Fileni ha programmato di investire 100 milioni di euro nei prossimi 5 anni in progetti legati alla sostenibilità. Che sono un sacco di soldi, davvero tanti anche per un’azienda così grossa: “Sono necessari e sono il prezzo da pagare - ci ha detto il vicepresidente - ma anche sono il mezzo attraverso il quale raggiungere i risultati che ci siamo prefissati”. Ma davvero questi 100 milioni sono tutti dedicati a questo scopo? La risposta è sì: “Tutti i nostri investimenti sono sostenibili. O perché avvicinano gli allevamenti ai mattatoi e ai mangimifici, facendo risparmiare chilometri nei trasporti, o perché contribuiscono a razionalizzare la produzione e la trasformazione”; ancora: “Perché ci permettono di produrre e usare energie rinnovabili, migliorare il benessere degli animali e anche ridurre l’impatto sul territorio e sulle comunità, oltre a curare e rigenerare la terra”.
Che significa, nella pratica? Significa soprattutto, come si capisce sfogliando l’ultimo Bilancio di Sostenibilità dell’azienda, che tutte le emissioni inquinanti generate l’anno scorso sono state bilanciate con l’acquisto di certificati di compensazione (che è una cosa che possiamo fare pure noi come singole persone, come abbiamo raccontato a metà 2020), con attività di riforestazione e installazione di impianti eolici. E significa anche che, “grazie all’acquisto di energia elettrica con garanzia di origine per tutti gli stabilimenti produttivi e gli allevamenti”, è stata evitata l’emissione nell’atmosfera di quasi 16mila tonnellate di anidride carbonica. È principalmente grazie a queste due azioni che tutti gli impianti produttivi di Fileni sono considerati carbon neutral, che è un’espressione che abbiamo imparato a conoscere e vuol dire che non contribuiscono all’inquinamento da CO2: “Una parte dell'energia che consumiamo è autoprodotta da fonti rinnovabili, tutta l'energia elettrica acquistata è rinnovabile e l'impatto del metano, con cui produciamo energia elettrica e calore, è compensato con l’acquisto di crediti verdi”. Con la compensazione, insomma.
i consumi energetici totali si sono attestati sotto i 483mila Gj, in linea con il dato dell’anno precedente; la principale fonte energetica è il metano (335mila Gj), che alimenta 3 cogeneratori a recupero termico che permettono di produrre acqua calda da usare negli stabilimenti;
le emissioni di CO2 sono calate dell’8% rispetto al 2019 e appunto sono state bilanciate con l’acquisto di certificati di compensazione;
i consumi idrici sono saliti del 6% (arrivando a quota 1384 milioni), in parte a causa delle operazioni di sanificazione legate all’emergenza Covd, ma l’impianto di depurazione permette la re-immissione delle acque di scarico nelle acque superficiali;
il totale di rifiuti prodotti da stabilimenti e mangimifici è calato del 12,6% rispetto al 2019, la quasi totalità (il 99,5%) non è pericolosa e viene destinata al riciclo per il 98,3%.
La fattoria biologica Fileni a Jesi, in provincia di Ancona
L’idea del vicepresidente Fileni è che “questo ci porterà a raggiungere nuovi, ambiziosi traguardi”, ma soprattutto a “diffondere una cultura rigenerativa, trasmettendo anche alle nuove generazioni la bellezza della vocazione agricola e la necessità urgente di proteggere e rigenerare la terra”. Che è una cosa che l’azienda fa anche “allevando e lavorando il prodotto (cioè i polli, ndr) nel rispetto delle materie prime del territorio e delle biodiversità”. Partendo da quei più o meno 10 milioni di animali d’allevamento di cui si diceva all’inizio.
Sono di vari tipi e razze, dai polli Broiler da carne, a lento o medio accrescimento (allevati rispettando gli standard di Compassion in World Farming), ai tacchini, dalle galline ovaiole ai galli riproduttori: sono allevati a terra, alimentati solo con mangimi rigorosamente controllati (“solo cereali e legumi biologici”, ci ha detto Massimo Fileni), stanno all’aperto o vengono ospitati in strutture dotate di strumentazioni che consentono un costante monitoraggio delle loro condizioni. Che è una cosa che dovrebbe interessare a tutti, anche a chi non ha alcun interesse per il benessere animale: come abbiamo scritto spesso (parlando del salmone, per esempio), la qualità della vita di un animale si riflette sulla qualità della sua carne. Che è poi quella che mangiamo noi.
A questo proposito, che succede quando il prodotto è pronto? Come arriva nei negozi e nei supermercati? Perché è inutile impegnarsi così tanto prima, se dopo non ci si preoccupa del packaging e si usa la plastica in modo sconsiderato. Fileni sembra attenta anche su questo, visto che nell’ultimo paio d’anni ha fatto debuttare due confezioni ecocompatibili: una abbatte del 90% l’utilizzo della plastica in favore della carta, realizzata da foreste gestite in modo sostenibile; l’altra è compostabile e può essere gettata direttamente nel contenitore dell’umido. Parlando di packaging, l’idea che ci è piaciuta di più è comunque quella di semplificare le etichette, che c’entra con la sostenibilità anche se non sembra: “È la nostra prima forma di comunicazione con il consumatore e rappresenta una guida per aiutarlo a orientarsi in scelte di consumo responsabile - hanno spiegato dall’azienda - L’obiettivo è quello di alleggerirla per renderla sempre più leggibile e chiara, così da dare un valore alla scelta”. In un mondo pieno di etichette incomprensibili, con scritte minuscole e sigle che chissà cosa vogliono dire, ci è sembrata una bella cosa il fatto di poter avere in modo chiaro le poche informazioni fondamentali che permettano di sapere che si sta comprando un cibo prodotto nel modo più gentile possibile con l’ambiente.
È un’ulteriore conferma del fatto che non solo un’altra carne è possibile, ma pure che un altro pollo è possibile. E non deve necessariamente costare 25 euro al kg come quello di Bresse (che comunque abbiamo cucinato e assaggiato).
Si è formato professionalmente nella redazione di Quattroruote, dove ha lavorato per 10 anni. Nel 2006 è tornato nella sua Genova ed è nella redazione di Italian Tech
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