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In Italia compriamo meno carne rossa, mentre gli americani ne hanno quasi dimezzato il consumo e raddoppiato quello di carne bianca. Che però da sola non basterà per fermare il climate change.
Sempre più persone, soprattutto nell’ultimo paio d’anni, hanno modificato (anche sensibilmente) le loro abitudini di consumo di carne rossa: l’hanno fatto per ragioni economiche, per questioni legate alla salute personale, al rispetto per l’ambiente, all’amore per gli animali. Chi ha potuto, l’ha sostituita con quella grass-fed (che abbiamo provato qui), così da mangiarne meno ma di migliore qualità, ma c’è anche chi ha puntato sulle alternative vegetali e soprattutto chi l’ha rimpiazzata con la carne bianca.
Di recente abbiamo visto come, un po’ a sorpresa, anche noi italiani abbiamo iniziato a percorrere questa strada: “Nei primi 5 mesi del 2022, i volumi acquistati di carne bovina in Italia si sono contratti del 5,6% rispetto all'analogo periodo del 2021”, mentre sono “cresciuti gli acquisti di alternative a base vegetale, del 14,8% dopo il +21% del 2021”, si legge in un report di Ismea pubblicato a fine luglio. Inoltre, è già dal 2020, secondo i dati di Unaitalia (che rappresenta i produttori avicoli nazionali), che si registra una “forte crescita negli acquisti da parte della grande distribuzione di carni bianche (+8,9%)”, che sono le più consumate nel nostro Paese (quasi il 40% del mercato), seguite dalle rosse (circa il 30%) e da quelle di maiale (intorno al 20%).
Ora proviamo ad allargare lo sguardo a quello che sta accadendo da questo punto di vista nel resto del mondo e in particolare negli Stati Uniti. Perché negli Stati Uniti? Principalmente per due motivi: perché sono fra i più grandi produttori e consumatori di carne al mondo (nel primo caso li supera solo la Cina, e solo da qualche anno); e perché hanno sempre avuto un rapporto un po’ conflittuale con la carne bianca, a lungo considerata inferiore e di seconda scelta. Non è più così, e se cambiano loro, allora possiamo decisamente cambiare pure noi.
A metà degli anni Settanta, gli americani mangiavano in media 42 chilogrammi di carne rossa a testa ogni anno: il 1976 è stato l’anno di consumo massimo ma da allora, secondo i dati del dipartimento dell’Agricoltura, il calo è stato costante. Nel 2021 sono a 26 kg di carne rossa l’anno per persona e le stime, sia delle istituzioni sia dei produttori, sono di una discesa continua, tanto da rendere difficile immaginare che cosa potrebbe succedere al mercato della carne di manzo nei prossimi vent’anni.
Sempre negli USA, anche il consumo di carne di maiale (un altro must della dieta americana) è in flessione, dagli oltre 30 kg l’anno per persona degli anni Settanta agli attuali 20-23.
L’unica che tiene, e che anzi cresce, è appunto la carne bianca, e in particolare quella di pollo: nello stesso arco temporale, cioè negli ultimi cinquant’anni, il suo consumo è passato da meno di 20 a quasi 50 kg a testa l’anno.
È successo per le ragioni citate all’inizio: perché la carne di pollo è meglio dal punto di vista della salute, è generalmente più economica ed è anche più gentile con l’ambiente durante la fase produttiva. Ed è successo pure perché ormai oltre il 10% degli americani si è spostato verso diete alternative, dalla flexitariana (cos’è?) alla vegetariana o vegana, che prevedono un consumo minimo di carne, soprattutto se rossa.
Su queste scelte pesa spesso anche la questione ecologica: ormai è dimostrato sia che la carne rossa è il principale “climate offender” fra i cibi (la definizione non è nostra, ma dei colleghi del magazine Epicurious) sia che quella bianca è decisamente meno impattante dal punto di vista ambientale. E lo è per almeno un paio di ragioni. In termini assoluti, perché inquina di meno: per la produzione di 1 kg di carne rossa si emettono mediamente circa 100 kg di gas serra, contro i circa 10 della carne bianca. In termini relativi, perché di quei 100 kg di gas serra che finiscono in atmosfera, il 49% sono costituiti da metano, che è probabilmente il più pericoloso. Di contro, la produzione di pollo, tacchino e simili non emette nemmeno un grammo di metano (la fonte di questi dati è la rivista Science). Insomma: non solo la carne rossa inquina materialmente di più rispetto alla carne bianca, ma anche inquina con la sostanza più inquinante.
Ma allora è tutto a posto? È tutto risolto? Mangiamo pollo, spendiamo meno, siamo salvi e salviamo la Terra e arrestiamo il cambiamento climatico? Dipende.
Restando agli americani, quella del pollo non sarà la soluzione, se continueranno a mangiarlo al ritmo cui lo mangiano ora (l’esempio più eclatante sono le 1,42 miliardi di alette divorate durante l’ultimo Super Bowl). A livello globale, quella del pollo decisamente non sarà la soluzione, se cercheremo di sostituire tutta la carne rossa che mangiamo con quella bianca: lo scorso autunno, un interessante articolo pubblicato su Wired ricordava come nel mondo vengano macellate circa 320 milioni di mucche per farle diventare carne e che se volessimo rimpiazzarle con i polli ce ne servirebbero 41 miliardi. Ogni anno. Perché? Banalmente, perché i polli sono più piccoli, dunque ce ne servirebbero di più. Solo che non ce ne sono abbastanza, e comunque non ci sarebbe abbastanza spazio per allevarli tutti.
E allora la soluzione qual è? È quella che sappiamo: ridurre il nostro consumo di cibo derivato dagli animali, mangiarne meno ma meglio e in generale mangiare meno e basta, soprattutto noi occidentali. Trovando un equilibrio giusto e sostenibile fra le nostre esigenze, quelle del pianeta e quelle degli animali.
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