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Putin ha avvertito che “le sanzioni potrebbero provocare un ulteriore aumento dei prezzi alimentari a livello mondiale”: ecco le ipotesi per fronteggiare la crisi, su cui si sta ragionando a livello italiano e a livello europeo
Nella tarda serata di giovedì 10 marzo, la Russia ha deciso di vietare almeno sino al 31 agosto le esportazioni di farina, frumento, segale, orzo, mais e zucchero (con alcune eccezioni) verso i Paesi dell'Unione economica eurasiatica; dell’Uee fanno parte Armenia, Bielorussia, Kazakhistan, Kirghizistan e la stessa Russia. Secondo quanto spiegato da Mosca, la decisione sarebbe stata presa ”per assicurare cibo a sufficienza per il mercato interno” e al momento non riguarda l’Unione europea.
Questo però è un primo passo che in qualche modo preoccupa i Paesi dell’Ue, che dalla Russia dipendono molto per la fornitura di materie prime come mais e frumento, ma pure concimi, soia e molto altro. Oltre che per il gas, ovviamente.
Anche per questo, il governo Draghi ha iniziato a preparare un piano di risposta per sostenere le imprese della filiera agroalimentare italiana in questo momento complicato e difficile che arriva alla fine di un biennio complicato e difficile. Vediamole nel dettaglio.
Sempre il 10 marzo, a un paio di settimane dall’inizio della guerra in Ucraina e proprio nel giorno in cui il presidente Putin ha avvertito che “le sanzioni alla Russia potrebbero provocare un ulteriore aumento dei prezzi alimentari a livello mondiale”, il ministro dell’Agricoltura, Stefano Patuanelli, ha tenuto un’informativa durante il consiglio dei Ministri, ipotizzando che “così come avvenuto per contrastare le conseguenze di carattere economico e sociale derivanti dal diffondersi della pandemia, la risposta dovrebbe concretizzarsi nell'adozione di un Energy Recovery Fund, finanziato dal debito pubblico europeo comune”. Nella pratica, si tratterebbe di mettere in piedi aiuti di Stato destinati alle imprese, così come avvenuto per l'emergenza Covid, e della rimozione di alcune limitazioni alla produzione imposte dalla Pac, la Politica agricola Comunitaria, oltre a una serie di misure di sostegno nazionali.
Patuanelli ha ricordato che l'aumento generalizzato del prezzo di quasi tutte le materie prime e dei costi energetici (che sta andando avanti ormai dall’autunno del 2021), “sta progressivamente erodendo la redditività dell'attività economica” e dunque, per quel che riguarda la Pac, “occorre:
- posticipare l'entrata in vigore delle misure che limitano la produzione;
- incrementare la percentuale dei pagamenti accoppiati per le produzioni più strategiche e per le quali la Ue non è autosufficiente;
- consentire ai fini produttivi l'utilizzo delle superfici lasciate a riposo e di tutti i pascoli
- introdurre un nuovo contributo flat per tutte le superfici agricole utilizzate per ammmortizzare gli aumenti dei costi di produzione;
- rimuovere il vincolo al non incremento della superficie irrigabile, per aumentare la produttività del settore agroalimentare”.
Semplificando, la Pac è lo strumento attraverso cui l’Ue ripartisce fra i singoli Paesi le quote produttive di ogni singola risorsa: comprensibilmente, l’idea di Patuanelli (ma non solo sua) è che in questo momento in cui è necessario che tutti aumentino la produzione, qualsiasi limitazione si rivelerebbe deleteria.
Sin qui quello che dovrebbe fare l’Europa. Nel nostro Paese, invece, le ipotesi su cui sta ragionando il governo Draghi riguardano:
- la possibilità di agevolare operazioni di ristrutturazione e rinegoziazione del debito bancario delle imprese agricole;
- garantire una moratoria alle scadenze dei termini relativi allo stesso indebitamento;
- adottare misure per sostenere la domanda interna;
- sostenere il potenziamento delle produzioni nazionali e finanziare misure di sostegno alle filiere più esposte, anche con la sospensione degli oneri previdenziali a carico dei datori di lavoro.
Non solo: il sottosegretario Centinaio ha convocato al ministero dell’Agricoltura un Tavolo su Grano e Cereali e chiesto all’Ue che almeno un milione di ettari di terreni del Fondo di Rotazione tornino a essere seminati a girasole e mais, appunto per renderci meno dipendenti dai fornitori esteri.
Questi sono evidentemente i primi passi di un cammino che sarà lungo, ma secondo le associazioni di categoria vanno nella direzione giusta: “Restano da stabilire a Bruxelles (per la questione della Pac, ndr) gli interventi più urgenti e riteniamo che sia necessario un allentamento dei vincoli esistenti sull'estensione di alcune coltivazioni”, ha detto il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, esprimendo comunque apprezzamento per le parole del ministro Patuanelli. In una nota, Confagricoltura ha ribadito che “un intervento europeo in questa direzione permetterebbe di incrementare in tempi brevi il potenziale produttivo nazionale già dei prossimi raccolti, per i quali le semine sono previste a breve" e che “dare maggiore respiro a colture fondamentali, come quelle cerealicole e dei semi oleosi, indispensabili anche per gli allevamenti, darebbe all’Italia maggiore capacità produttiva e autosufficienza alimentare”.
Coldiretti, che ha ricordato a Patuanelli che “con la guerra e la crisi energetica sono aumentati mediamente di almeno il 30% i costi dell’agricoltura, per un esborso aggiuntivo di almeno 8 miliardi l’anno”, ha fatto sapere che i produttori sarebbero pronti a “coltivare da quest'anno 75 milioni di quintali in più di mais per gli allevamenti, di grano duro per la pasta e tenero per la panificazione, per rispondere alle difficoltà di approvvigionamento”.
Nelle parole del presidente dell’associazione, Ettore Prandini: “Proponiamo all'industria alimentare e mangimistica di lavorare da subito a Contratti di Filiera con impegni pluriennali per la coltivazione di grano e mais e il riconoscimento di un prezzo di acquisto equo, basato sugli effettivi costi sostenuti, per consentire di recuperare livelli produttivi già raggiunti nel passato”. Secondo Prandini, si tratta di “un obiettivo che può essere raggiunto” e che “ridurrebbe sensibilmente la dipendenza dall'estero, da dove arriva circa il 50% del mais necessario all'alimentazione del bestiame, il 35% del grano duro per la produzione di pasta e il 64% del grano tenero per la panificazione”.
Tutto questo, come si capisce, oltre a dare respiro alle aziende e ai lavoratori coinvolti, dovrebbe avere effetti benefici anche su noi consumatori, con un auspicato e auspicabile abbassamento del prezzo dei generi alimentari.
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