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L’olio di semi è aumentato del 23,3%, un’altra conseguenza del conflitto in Ucraina: il paese infatti detiene il 60% della produzione di olio di semi di girasole e il 75% dell’export, insomma è il principale coltivatore di girasoli al mondo. Ora che i porti di Mariupol e Odessa sono fermi, il costo di questo olio vegetale è balzato in cima alla blacklist degli aumenti stilata da Coldiretti. E fino ad oggi ci sono ancora scorte, ma cosa accadrà se salta la semina e conseguentemente il raccolto successivo? Questo è il vero motivo di preoccupazione. Abbiamo già parlato della questione prezzi e del fatto che il cibo non è mai stato così caro, ora, concentriamoci sull’olio di semi per provare a capire perché è un problema e quali sono le soluzioni cui si sta pensando.
Intanto una premessa, l’olio di girasole non è certo un problema per le fritture domestiche, ricordiamoci invece che è fra gli ingredienti di molti prodotti dai biscotti, alla maionese ai sughi, solo per restare nell’industria alimentare (il suo impiego infatti interessa molti comparti, dalla zootecnica al biodiesel). L’Italia, ci informa Assitol (Associazione Italiana dell’Industria Olearia), ne impiega 700 mila tonnellate circa all’anno e, di contro, ne produce 250 mila tonnellate (secondo Assitol una produzione in decrescita, ma non tutti sono concordi). Dal 2015 l’import di olio grezzo dall’Ucraina, aumentando i consumi, è passato dal 54% al 63%.
Ora è più chiaro: il mancato approvvigionamento rischia di bloccare una parte della nostra economia e porta con sé molte complessità invisibili ai consumatori. Pensate che il Ministero dello Sviluppo Economico ha fatto uscire una nota che ha come oggetto la gestione delle scritte sulle etichette dei prodotti (altri costi di cui tener conto) perché se sulle etichette c’è scritto olio di girasole ma dentro c’è un olio vegetale sostitutivo (indicato genericamente ma con caratteristiche di fatto diverse) in qualche modo lo si dovrà dire al consumatore. Questo è un bell’esempio per comprendere, prima di suggerire su Facebook soluzioni strampalate, quante sfaccettature queste vicende comportano. Dunque, quanto tempo ci resta? Qualcuno a marzo diceva un mese, qualcuno dichiara che ne abbiamo fino a giugno, fatto sta che ne resta poco.
Come nel caso del gas si sta cercando di diversificare la provenienza dell’olio, ma non basta, si guarda dunque ad alternative, e qui entra in scena l’olio di palma.
Il paradosso è che l’olio di girasole aveva sostituito l’oro verde, così era stato ribattezzato l’olio di palma (facile sciogliere la metafora), provando a risolvere un problema etico via via sempre più sentito. Tutti ci ricordiamo DiCaprio, per fare un esempio, che nel 2016 a Sumatra si batteva per preservarne la biodiversità messa a rischio dalle coltivazioni di olio di palma. Anche nel documentario appena uscito su Netflix, “I parchi nazionali più belli del mondo”, Barack Obama ci ricorda la grande minaccia rappresentata dalla deforestazione nel Gunung Leuser dove "ogni ora un’area di foresta più grande di un campo da football viene disboscata illegalmente per fare spazio alla coltivazione di palme da olio”. Piantagioni inanimate se paragonate alla ricchezza della foresta.
Comunque, dal 2016 molta strada è stata fatta, tante aziende l’hanno eliminato e la dicitura ‘senza olio di palma’ è diventata un valore condiviso.
E ora che si fa? E oltre alla questione ambientale, l’olio di palma non faceva male? Sulla questione interviene anche Francesco Pugliese CEO di Conad.
“Tutti ci ricordiamo quanto l’olio di palma sia stato oggetto di una delle più durature e forti campagne “contro” nella storia dell’industria alimentare, che è arrivata a costringere intere filiere a rinunciare a un ingrediente per ragioni irrazionali.
Questa faccenda è un esempio eccezionale di campagna di comunicazione basata su presupposti veramente sbagliati. Ma ora è arrivato il momento di fare chiarezza, perché l’olio di palma non fa male e non è vero che non può essere sostenibile. Anzi, esistono produttori che hanno scelto la strada della sostenibilità, ed è a loro che adesso ci dobbiamo augurare che l’industria si rivolga”.
L’EFSA (l'Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) aveva già risposto nel 2018, aggiornando i livelli di sicurezza del 3-MCPD, che è la sostanza che si forma alle alte temperature durante la raffinazione dell’olio di palma. L’EFSA aumentò la dose giornaliera da 0,8 del 2016 a 2 microgrammi per chilo di peso corporeo due anni dopo. E insieme l’Autorità aveva ridimensionato il rischio per la salute. Insomma, l’olio di palma non fa poi così male, se consumato a piccole dosi. Sono affermazioni che, da non addetti ai lavori, suonano sempre un po’ stridule, ma infondo anche alcune verdure, erbe aromatiche e spezie fanno male, se consumate male.
Sul fronte ambientale una risposta ci viene anche da Mauro Fontana, Presidente dell’Unione Italiana Olio di Palma Sostenibile, che sottolinea il valore dell’olio di palma certificato sostenibile, come principale alternativa all’olio di palma convenzionale, a maggior ragione nella situazione in cui ci troviamo, sollecitando approvvigionamenti responsabili, affinché le scelte non comportino inversioni di rotta. Oggi, infatti, il “95% di olio di palma importato è certificato sostenibile secondo standard di certificazione internazionali”.
Questa la situazione ad oggi. Ci aspettiamo tanta ragione e responsabilità per gestire una questione così difficile per molte filiere produttive ma ci aspettiamo anche che l’olio di palma torni nei trend di Google, dopo un silenzio durato qualche anno.
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