Dobbiamo sempre affidarci all’etichetta per capire da dove arriva un cibo che stiamo per comprare e se è di qualità, ma con il pesce possiamo fare anche altro.... Leggi tutto
Produrre la pasta costa tanto e per capirlo è necessario sapere come si fa. Abbiamo intervistato il presidente del noto pastificio, che ci ha parlato di gas, packaging, scorte di grano e autosufficienza alimentare.
“Quando due elefanti combattono, è l’erba a farne le spese. Solo che qui l’erba siamo noi”: Cosimo Rummo, presidente dell'azienda che la sua famiglia ha fondato nel 1846, ha scelto questa metafora quando gli abbiamo chiesto di parlarci del conflitto fra Russia e Ucraina e delle conseguenze su di noi. Su di noi, su quello che mangiamo e soprattutto sulla pasta.
Per capire perché la pasta è in qualche modo più a rischio di altri cibi, è necessario capire come si fa e in particolare come la fanno quelli di Rummo, che hanno brevettato un metodo (si chiama Lenta Lavorazione) per farla con più calma possibile: “A seconda del tipo, i nostri tempi sono più lunghi anche del doppio rispetto alla concorrenza”, ci hanno spiegato dall’azienda.
Semplificando, la produzione della pasta è divisa in fasi: quelle fondamentali sono idratazione e impasto (della semola di grano duro), estrusione (cioè la trafilazione) ed essiccazione e raffreddamento, ed è soprattutto in questa parte che quelli di Rummo vanno lenti. Perché? “Perché le proteine del grano sono termolabili, dunque meglio andarci piano con il calore per non provocare uno stress termico e rovinarle”. Per noi consumatori, i benefici sono due: “Non si perdono le qualità del grano e si ha un’eccezionale tenuta della cottura, che misuriamo con un dinamometro che verifica la resistenza alla masticazione e facciamo certificare da Bureau Veritas”, una società francese che si occupa appunto di valutazioni e analisi.
A prescindere dalla materia prima che si usa, tutto questo ha un costo in termini di tempo (per avere un’idea, servono circa 10 ore di lavoro perché 1 kg di spaghetti sia pronto al confezionamento) e di conseguenza un costo in termini di energia: “Il processo di essiccazione ed evaporazione è molto oneroso da questo punto di vista - ci ha confermato Rummo - Dopo l’impasto, il livello di umidità è intorno al 30% e va fatto scendere al 12%, dunque tutta quell’acqua superflua dev’essere asciugata”. E come si fa? “Con ventilatori e radiatori di acciaio inox che soffiano aria calda”. E che funzionano grazie a caldaie alimentate a metano.
E cos’è che è aumentato in modo impressionante, dall’autunno del 2021? Proprio il costo del metano, del gas, dell’energia: se ne sono accorte le famiglie italiane ricevendo le bollette e anche se ne sono accorte le aziende. A inizio marzo, Rummo ricordò durante un’intervista alle Iene che “il prezzo dell’energia è cresciuto del 650% in un anno” e che per il 2022 la sua azienda si aspetta una bolletta energetica di 6-7 milioni di euro, contro una media di 3 milioni degli anni precedenti. A noi ha spiegato che, dopo oltre un mese di guerra, la situazione decisamente non è migliorata: “Il prezzo dell’energia elettrica è ormai quintuplicato e quello del gas è cresciuto di oltre 6 volte, con picchi anche di 14 volte rispetto al passato”.
Questo è il motivo principale per cui la pasta rischia più di altri cibi, più della carne e del latte, più della frutta e della verdura: perché per farla, da questi costi non si scappa. Sono inevitabili. E vanno a sommarsi ai costi di tutto quello che è rincarato negli ultimi mesi. Come, per fare qualche altro esempio, la carta per realizzare confezioni e imballaggi (salita del 40%, come ci hanno confermato anche da Coldiretti) o il prezzo di un container per spedire la merce negli Stati Uniti, aumentato anche del 600%: “Prima spendevamo 1800 dollari per raggiungere New York, ora ne servono 4500-5000 a viaggio”.
E poi il grano, ovviamente: il suo prezzo è aumentato per tutti indistintamente, che venga dall’Italia, dalla Russia, dall’Ucraina o dall’altra parte del mondo. Questo è un punto importante da capire, anche per rispondere ai noiosi commenti sui social di chi polemicamente domanda “perché la pasta aumenta, se ci hanno detto che è fatta con grano italiano?”. Già, perché aumenta? “Perché il prezzo del grano lo decide il Canada, e vale per tutto il mondo - ci ha spiegato Rummo - Ne hanno raccolto il 40-60% in meno, hanno stabilito un prezzo di 60 euro a quintale, rispetto ai precedenti 28-30, e tutti si sono adeguati”. Funziona un po’ come la Borsa, solo che ha a che fare con il cibo, e le quotazioni canadesi valgono più o meno per tutti, anche per chi il grano lo compra altrove, come Rummo.
“Per la nostra pasta bio, il grano è 100% italiano, mentre per la normale pasta di semola di grano duro usiamo l’80-85% di grano che arriva dal nostro Sud e il resto lo compriamo in Australia oppure negli Stati Uniti, in Arizona e California - ci hanno detto dall’azienda - Ma a questi aumenti non possiamo comunque sfuggire”.
Quello che possono fare, e che infatti stanno cercando di fare, è non riversare la totalità di questi rincari sul consumatore finale: “Stiamo ancora usando grano acquistato in precedenza e con contratti più favorevoli - ci ha spiegato Rummo - Resta il problema del costo dell’energia, ma per ora siamo riusciti ad assorbirlo, aumentando il prezzo della nostra pasta solo di una trentina di centesimi a pacchetto”. Ce la fanno perché hanno le spalle larghe, nel 2021 hanno fatturato oltre 135 milioni di euro, hanno 160 dipendenti e producono 78mila tonnellate di pasta l’anno, ma non possono farcela all’infinito: “Se i costi delle materie prime e del gas non scenderanno, dalla fine dell’estate non potremo fare altro che aumentare i prezzi dei nostri prodotti”.
Il ragionamento su quello che succederà dalla fine dell’estate è utile per smontare un’altra mezza fake news che circola online: è vero che stanno finendo le scorte di grano e che fra poco l’Italia si troverà senza pasta? “No, non è vero: le scorte non stanno finendo”, ci ha detto Rummo senza tanti giri di parole. Di più: “Noi personalmente ne abbiamo a sufficienza per arrivare sino all’inizio dell’estate, poi fra maggio e luglio ci saranno i raccolti del grano italiano, iniziando prima dalla Sicilia (per ragioni climatiche, ndr) e poi a salire in Puglia, nelle Marche e in Emilia”.
Raccolti che dureranno ancora altri mesi, dunque niente allarmismo e niente panico, solo un po’ di consapevolezza per quello che sta accadendo. E magari un po’ di programmazione per il futuro.
Ecco, il futuro: come si esce da questa situazione? E anche: come si evita di tornarci un’altra volta? Davvero possiamo raggiungere una sorta di autosufficienza alimentare, come auspicato da più parti? Rummo è convinto di sì: “Sul grano duro che serve per la pasta, l’Italia può senza dubbio essere indipendente - ci ha detto verso la fine della nostra chiacchierata - Al momento importiamo circa il 40% del fabbisogno (più o meno 20-30 milioni di quintali l’anno, ndr), ma coltivando le terre lasciate incolte e aumentando la resa di quelle già coltivate, possiamo decisamente aumentare la produzione”.
Per farcela servono due cose. Anzi, ne servono tre: “Sono necessari investimenti in ricerca e sviluppo e sono necessari i cosiddetti Contratti di Filiera, che aiutino gli agricoltori a stare in piedi e che noi stiamo firmando in Campania, Marche, Puglia. Così arriveremo a migliorare la qualità dei prodotti e a migliorare la resa dei campi”. A produrre di più, insomma: “Al momento siamo a 40 quintali di grano duro per ettaro, ma possiamo arrivare a 70-80. Impiegheremo almeno un paio d’anni, ma possiamo farcela”.
E la terza cosa che serve qual è? “È l’acqua: è importante, dobbiamo risparmiarla, fare attenzione a non sprecarla e distribuirla meglio, non se ne può perdere il 40% nelle condutture - ci ha detto Rummo - Dobbiamo migliorare le tecnologie per l’irrigazione, valutare il passaggio a quella a goccia che usa Israele: se loro riescono a coltivare nel deserto, direi che possiamo farcela anche noi in Italia”. Oppure anche “prendere in considerazione quella sotterranea, più efficace ed efficiente, che permetterebbe di raddoppiare la resa dei terreni”. Passando appunto da 40 a 80 quintali di grano per ettaro.
In attesa di arrivarci, una cosa la possiamo fare anche noi: possiamo comprare italiano, spendere qualche euro in più, ma scegliere prodotti fatti con materie prime del nostro Paese. Questo non l’ha detto Rummo, ma lo diciamo noi. Perché se siamo nella situazione in cui siamo, il motivo è anche che per anni abbiamo inseguito il prezzo più basso e conveniente invece di un prezzo giusto e sostenibile. L’abbiamo fatto tutti, chi più e chi meno: i produttori, le aziende, noi consumatori. Solo che così non funziona.
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Nelle immagini: in apertura Cosimo Rummo, due tipologie di pasta Rummo "Lenta Lavorazione", lo stabilimento Rummo nella valle del Sannio (Benevento), Cosimo Rummo con il figlio Antonio, vicepresidente dell'azienda
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