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Intervista al presidente dell’associazione che raggruppa gli industriali del cibo: “La coltivazione di cereali è in mano a pochi Paesi nel mondo. Se i raccolti scarseggiano, i costi li paghiamo tutti”
Non bastassero gli aumenti in bolletta, quelli di luce, acqua e gas, che quest’anno potrebbero portarci a pagare il 30% in più rispetto all’anno scorso, adesso arrivano anche i rincari dei prezzi di pasta, latte, carne, prodotti di pasticceria e molto altro. E aumenti belli grossi, anche del 20-40%.
Che sta succedendo? Le due cose sono collegate? È colpa del coronavirus, visto che da oltre un anno a questa parte, più o meno tutto quello che succede è colpa del coronavirus? Per capirlo, per rispondere a queste domande e anche per sapere come uscire da questa situazione, abbiamo parlato con Ivano Vacondio, presidente di Federalimentare, l'associazione che all'interno di Confindustria raggruppa le aziende che producono il cibo che finisce sulle nostre tavole.
"Quello che sta succedendo è che la materia prima, cioè soprattutto i cereali, costa molto più oggi rispetto a un anno fa - ci ha spiegato Vacondio - È successo perché le stime che erano state fatte sui raccolti si sono rivelate sbagliate”, cioè molto sovrastimate. Ed è successo perché nel mondo i grandi produttori sono sostanzialmente 4, quelli che Vacondio definisce “l’Opec dei cereali”: come i grandi produttori di petrolio, il prezzo lo fanno loro. E se le scorte scarseggiano, perché i raccolti sono scarsi, i costi salgono. I produttori sono Canada, Russia, Stati Uniti e Unione europea e i raccolti si fanno fra luglio e agosto, che è il motivo per cui ce ne stiamo accorgendo adesso, anche se qualche segnale d'allarme si era avuto già a giugno. Succede quello che succede perché in 3 di queste grandi aree del mondo è accaduto qualcosa che non ci si aspettava: “A causa della siccità, i raccolti sono sono stati molto più scarsi del previsto in Russia, che ha quindi deciso di ridurre sensibilmente la quota destinata all’esportazione, e soprattutto in Canada, dove si sono praticamente dimezzati rispetto alla previsioni”. E negli Stati Uniti? “In America, il presidente Biden ha deciso di accelerare sulla produzione di energia pulita - ci ha detto ancora Vacondio - stabilendo che entro 4 anni dovrà essere raddoppiata la quota di cereali destinata alla realizzazione di biocarburanti”. È facile capire che i cereali che vengono destinati a questo, sono cereali sottratti alla produzione di cibo.
In parole povere: c’è meno materia prima e banalmente per la legge della domanda e dell’offerta, quella che c’è costa di più. Va bene, ma quanto di più? “Il costo dei cereali e della soia è salito del 30-40% rispetto al 2020, quello del mais è aumentato del 60-70%, quello del frumento in certi casi anche dell’80%”.
Le ragioni sono sostanzialmente due: la prima è l’imprevedibilità della natura, che non dà sempre allo stesso modo e nelle stesse quantità, che è una cosa accaduta già nel 2002/2003 e nel 2007/2008, con la situazione che quest’anno è stata ulteriormente aggravata dagli effetti dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale. Secondo il presidente di Federalimentare, per risolvere questo problema ce ne stiamo creando un altro, che è la seconda ragione: “La corsa alla sostenibilità sta andando troppo veloce, e così non ce la facciamo, le aziende non ce la fanno”. Attenzione: non è questione di non voler contrastare l’emergenza climatica, è che “questa lotta deve potersi reggere su 3 gambe, dev’essere sostenibile per l’ambiente, dev’essere sostenibile per l’economia (nel senso che alle industrie devono essere date regole che permettano loro di stare in piedi, ndr) e dev’essere sostenibile dal punto di vista sociale”. Parlando di cibo, significa che le persone devono potersi permettere di comprare da mangiare, che mangiare sostenibile non dev’essere un affare da ricchi.
Perché il rischio è questo. Il rischio è che nel corso dei prossimi mesi, nel corso dell’autunno e poi anche oltre, i prezzi di alcuni alimenti schizzino alle stelle e diventino inaccessibili per molti: “Le aziende stanno già pagando le materie prime alle tariffe maggiorate - ci ha detto Vacondio - Non so quando e quanto tutto questo si trasferirà sul consumatore finale, ma succederà presto”. E succederà su tanti prodotti.
Secondo le stime, a essere colpiti saranno la pasta e il pane (ovviamente), ma anche dolciumi, riso, orzo, caffè, cacao, carne e latte. Come, carne e latte? Che c’entrano carne e latte con i cereali? C'entrano perché, come su Cucchiaio abbiamo scritto più volte, molta parte della soia, dei cereali e in generale di quello che coltiviamo, viene usato negli allevamenti per nutrire gli animali, che mangiano più o meno 15-20 kg di foraggio al giorno. È cibo che serve a fare crescere quello che diventerà cibo per noi. E se il cibo per loro (gli animali) costa di più, alla fine costerà di più anche il cibo per noi. Quanto di più, è difficile dirlo: “Possiamo aspettarci rincari sul consumatore finale nell’ordine del 20-40%, a seconda del prodotto - ci ha spiegato Vacondio - L’incidenza cambia a seconda dell’incidenza della materia prima lungo la filiera produttiva. Sulla pasta si avrà l’impatto maggiore, sulla carne quello minore, perché i cereali sono solo una componente del prezzo finale”.
Detto che questo problema non è colpa del coronavirus, o comunque non del tutto, perché “se è vero in Cina i consumi sono saliti molto e che il Paese ha comprato di più e fatto scorte, questo non basta a giustificare quello che sta accadendo”, com'è che se ne esce? Come si torna ai prezzi di prima? Come si evita che questi rincari diventino strutturali, che diventino un’altra cosa brutta cui abituarci?
Secondo Vacondio, “servirà tanta fortuna: dobbiamo sperare che il raccolto del 2022 sia buono o comunque non minore rispetto a questo”, altrimenti la sensazione è che la situazione diventerà davvero drammatica e che le scorte di cibo, soprattutto in certe aree del mondo, inizieranno davvero a scarseggiare. E poi? “E poi dobbiamo rallentare su certi obiettivi di sostenibilità dati da Usa e Ue, perché così andiamo a sbattere, come ha detto anche il ministro Giorgetti”. Il riferimento è a una frase del titolare dello Sviluppo economico, che lo scorso luglio disse proprio che “la svolta Green dell'Ue è troppo rapida” e che “dobbiamo frenare, o sarà crisi”. Secondo il numero uno di Federalimentare (ma non solo secondo lui), “con questa cosa ci siamo fatti prendere un po’ dall’ansia: l’Ue si è data alcuni obiettivi per il 2030, ma non so se ce la facciamo a raggiungerli. Anche perché al 2030 mancano solo 8 anni”.
Per esempio: “Non si può pretendere che almeno il 25% delle aziende presenti su suolo europeo producano bio e si convertano in così breve tempo, perché non ce la faranno - è il ragionamento di Vacondio - Approvare questo, in Italia significherebbe ridurre del 35-40% la produzione di cibo”. Che sarebbe un bel problema, per un Paese più povero di materie prime di quello che ci piacerebbe pensare: “Su questo non possiamo essere indipendenti, già ora ci affidiamo tantissimo alle importazioni”. Anche per la carne, anche se magari non tutti lo sanno.
Si è formato professionalmente nella redazione di Quattroruote, dove ha lavorato per 10 anni. Nel 2006 è tornato nella sua Genova ed è nella redazione di Italian Tech
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