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Nella finale del campionato di football americano, gli spettatori hanno consumato una quantità di ali di pollo mai vista prima: “Servirebbero polli con 4 ali”, ha detto un produttore. Ma la soluzione non è quella
Durante l’ultimo Super Bowl, la finale del campionato di football, gli americani hanno mangiato 1,42 miliardi di ali di pollo. Sì, miliardi. Tradotto in polli, sono più di 700 milioni quelli consumati durante il match fra Cincinnati Bengals e Los Angeles Rams (che hanno poi vinto, per la cronaca). Oltre 1,4 miliardi di ali di pollo per guardare una partita che dura 60 minuti. Anche considerando tutto lo show, il prima e il dopo, il concerto in mezzo, gli spot e tutto il resto, sono comunque tante, tantissime. Forse troppe.
Non ne facciamo una questione etica, sia chiaro. Ne facciamo una questione di sostenibilità: quanto a lungo si riuscirà a mantenere questo ritmo di produzione di carne bianca, prima che diventi un problema come lo è diventato quella della carne rossa? Non molto a lungo, come è immaginabile e come vedremo più sotto.
I numeri sulle ali di pollo arrivano dal National Chicken Council, l’associazione che riunisce gli allevatori di polli negli Stati Uniti, i cui portavoce hanno fatto notare come il Super Bowl 2022 sia stato il primo (da quello del 2015) durante il quale il consumo non è cresciuto rispetto all’edizione precedente; basta però uno sguardo al recente passato per capire come la tendenza sia in salita, più o meno di oltre l’1% l’anno. Insomma: è altamente probabile che nel 2023 le ali di pollo consumate durante la partita saranno più di un miliardo e mezzo.
Tutto questo si inserisce in un momento particolare per il mercato delle chicken wings, e raccontarlo è utile per inquadrare meglio la questione. All’inizio del 2021, nel pieno della seconda ondata di coronavirus, con le persone ancora chiuse in casa e costrette a ordinare molto cibo da asporto, le ali di pollo iniziarono a scarseggiare, un po’ come accadde in Italia nel 2020 per la pasta (tranne che per le penne lisce, ovviamente): “Le ordiniamo, ma non arrivano - raccontavano i ristoratori ai giornali americani - Oppure ne arrivano meno di quelle che abbiamo ordinato, o sono carissime”. Un rappresentante della North Carolina Poultry Federation arrivò a dire a una tv locale che “ci servirebbero polli con 4 ali, per fronteggiare queste richieste”. Forse scherzava, forse no.
Non si è arrivati a tanto, perché la domanda è calata e la produzione è ripresa. A oggi, nei magazzini degli Stati Uniti ci sono 33mila tonnellate di ali di pollo congelate, contro le 16mila di un anno fa (questi dati arrivano dal dipartimento dell’Agricoltura degli Usa) e i prezzi si sono stabilizzati: una libbra (circa mezzo kg) costa meno di 3 dollari. Il valore è in leggera salita rispetto alle settimane precedenti, ma è solo perché c’è stato il Super Bowl: i produttori sanno che gli spettatori ne mangiano tante, dunque alzano i prezzi.
Si dirà: è un problema solo americano. Solo che non è tanto vero. Intanto, perché (come ormai dovremmo aver capito) molte delle mode, tendenze, usi e abitudini alimentari americane, prima o poi arrivano anche da noi. E decisamente quella delle ali di pollo è già arrivata. Poi, più importante, perché gli effetti della produzione di cibo, che avvenga negli Usa, in Cina o in Europa, finiscono per ripercuotersi dappertutto.
Parliamo del cambiamento climatico e degli effetti causati dagli alimenti di origine animale: per cercare di contenerli e di ridurne l’impatto, sempre più persone si stanno spostando dalla carne rossa verso quella bianca. Che è una cosa positiva da un lato e potenzialmente negativa dall’altro: positiva perché la carne rossa è considerata il più grande “climate offender” fra i cibi, dunque consumarne meno non può che aiutare; negativa perché per avere dalla carne bianca la stessa quantità di nutrienti che si otteneva da quella rossa, servirà produrne molta di più. Ma molta davvero.
Ogni anno nel mondo vengono macellate circa 320 milioni di mucche per farle diventare carne: se quella carne dovesse arrivare dai polli, ne servirebbero 41 miliardi. Che avrebbero bisogno di spazio dove essere allevati, per crescere ed essere nutriti prima di diventare cibo. Sarebbe spazio ulteriore da sottrarre alla natura, con tutte le conseguenze che abbiamo imparato a conoscere.
È un problema di non facile soluzione: secondo statistiche recenti di Our World in Data, il manzo ha un’impronta inquinante che è 10 volte quella del pollo e la sua produzione consuma 23 volte più terreno. Oggi la produzione di polli è relativamente sostenibile (e si può fare con rispetto per l’ambiente, come abbiamo visto), ma se dovessimo incrementarla sensibilmente, che cosa accadrebbe? Rischieremmo di annullare del tutto o in parte i benefici derivati dalle riduzioni di carne rossa.
Ribadiamo: non stiamo parlando degli aspetti etici della questione, ma solo di quelli collegati a clima e riscaldamento globale. Capito, adesso, perché la strada dell’alimentazione a base animale è sempre più stretta e difficilmente percorribile e perché ha senso cercare alternative nel mondo vegetale?
Immagine di repertorio tratta dal Wing Bowl, una gara a chi mangiava più ali di pollo che si è svolta a Philadelphia dal 1993 al 2018, il venerdì prima del Super Bowl.
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