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Entra in vigore il 3 luglio, ma il nostro Paese sta cercando di ottenere una deroga, soprattutto per quella biodegradabile: ecco perché e che cosa potrebbe succedere
Niente più posate, piatti, cotton fioc, cannucce, tazze, bicchieri e imballaggi di materie plastiche monouso, non biodegradabili oppure anche oxo-degradabili (cioè trattate con sostanze che col tempo ne provocano la frantumazione in pezzetti minuscoli) in tutti i Paesi membri dell’Unione europea a partire dal 3 luglio. Finirà che non si potranno più vendere, non si potranno più comprare, non si potranno più usare.
È la cosiddetta Direttiva Sup (la sigla sta per Single-use Plastic, cioè plastica monouso), le sue linee guida defintive sono state diffuse da Bruxelles a fine maggio e fa parte del programma Inquinamento Zero, che punta ad avere entro il 2050 un’Europa in cui la contaminazione di aria, terra e acqua sia ridotta a livelli sostenibili per la salute e gli ecosistemi. Fra i vari obiettivi, molti fissati già al 2030:
- ridurre del 55% le morti per smog;
- dimezzare del 50% le perdite di nutrienti dal suolo;
- adottare nuove direttive sulle acque di scarico dei centri urbani;
- modificare (entro il 2025), le norme sui rifiuti per adattarle ai princìpi dell'economia circolare.
E appunto dimezzare i rifiuti di plastica in mare, che come ha raccontato (fra gli altri) il documentario Seaspiracy, non è che se la passi proprio benissimo.
Si dirà: ma l’Europa stabilisce questa cosa il 31 maggio e pretende che gli Stati si adeguino entro il 3 luglio, in poco più di un mese? Ma sono matti? No, non sono matti. Perché la Direttiva Sup non è esattamente arrivata come un fulmine a ciel sereno: è stata approvata il 2 luglio 2019, dunque il tempo per adeguarsi non era un mese, ma due anni.
Nonostante questo, come spesso accade, quando la scadenza si avvicina iniziano contrasti, discussioni, polemiche: è successo per l’etichetta a semaforo, succede di nuovo adesso. E di nuovo succede che l’Italia sia fra i Paesi che si lamentano di più. Non solo l’Italia, ma soprattutto l’Italia. C’è un motivo, ma per capirlo serve un passo indietro.
Alla fine di maggio, nel testo delle linee guida è stato compreso l'obbligo di ridurre (non di eliminare) l’uso di piatti, bicchieri e imballaggi di carta ricoperta da un velo di plastica, la cosiddetta carta plastificata, che si ricicla con l’altra carta e di cui l’Italia è fra i primi produttori al mondo. E pure fra i primi consumatori, con circa 20 milioni di bicchieri monouso utilizzati al giorno: “Le linee guida Ue sulla Direttiva Sup chiudono di fatto un intero settore industriale - ha twittato il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi - Non vedo una reazione decisa e coesa da politica, sindacati, imprese. Sembra non interessi il futuro dei lavoratori del settore del packaging, eccellenza italiana nel mondo!”.
Le linee guida UE su Direttiva SUP chiudono di fatto un intero settore industriale. Non vedo reazione decisa e coesa da politica, sindacati, imprese. Sembra non interessi il futuro dei lavoratori del settore del packaging, eccellenza italiana nel mondo ! #IlCoraggiodelFuturo pic.twitter.com/3oQGWTIjg4
— Carlo Bonomi (@CarloBonomi_) June 1, 2021
In realtà, il governo è decisamente sulla stessa linea del presidente degli industriali. Il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti (Lega), ha detto che “la consapevolezza ambientale, progetto condivisibile e obiettivo da perseguire, non può ignorare le conseguenze di un approccio ideologico che penalizza le industrie italiane, lasciando sul terreno morti e feriti in termini di fallimenti aziendali e disoccupazione”. Il suo collega alla Transizione ecologica, Roberto Cingolani, in passato direttore scientifico dell'Istituto italiano di Tecnologia, ha parlato di “direttiva assurda, per la quale va bene solo la plastica che si ricicla: tutte le altre, anche se sono biodegradabili o sono additivate di qualcosa, non vanno bene”.
Capito che cosa vorrebbe l’Italia? Oltre a una più graduale entrata in vigore del provvedimento, soprattutto una distinzione fra la plastica non biodegradabile e quella biodegradabile. Soliti campanilismi, come per la mai dimenticata questione delle quote latte? Forse no, visto che più o meno allo stesso modo la pensa pure Legambiente: secondo il suo presidente, Stefano Ciafani, “l'impostazione delle linee guida sulle bioplastiche compostabili emanate dalla Commissione europea” sarebbe “fortemente sbagliata” e l’associazione ritiene i prodotti biodegradabili e compostabili una valida alternativa per i casi in cui non è possibile eliminare quelli monouso. A due condizioni, però:
- che si smetta di usare la carta plastificata e la si sostituisca con una pellicola di bioplastica compostabile;
- che per questi prodotti siano obbligatorie etichette che ne chiariscano la natura e aiutino i consumatori nel loro corretto smaltimento.
L’Italia vuole una deroga, insomma. Che però l’Unione europea non sembra disposta a concedere: “La Commissione si aspetta che gli Stati membri seguano gli orientamenti - ha detto la portavoce, Vivian Loonela - Se uno Stato membro non recepisce la legislazione Ue in tempo o correttamente, avviamo un dialogo e cerchiamo di assisterlo nell'attuazione della normativa. Se la violazione persiste, l'Esecutivo comunitario può avviare una procedura di infrazione”.
Questo nonostante quanto dichiarato all'Ansa dal ministro Cingolani, secondo cui sarebbe stato trovato un accordo che prevede che "si continueranno a rivedere le linee guida in funzione delle nuove soluzioni tecnologiche: è stato riconosciuto il fatto che se ho un bicchiere di carta che è il 90% carta e il 10% plastica, non me lo pesano come tutto di plastica, ma riconoscono che ce n'è solo il 10%".
In attesa che si capisca meglio come e in che termini (e con quali tempistiche) "si continueranno a rivedere le linee guida", adesso il governo Draghi ha davanti due strade: emanare entro il 3 luglio il decreto legislativo di recepimento della direttiva europea per evitare l'avvio della procedura d'infrazione; sollevare comunque le sue obiezioni e chiedere una deroga, rischiando la procedura d'infrazione. Non sarebbe la prima volta:
- per quanto riguarda l’ambiente, e in particolare la tutela della qualità dell’aria, delle 31 procedure aperte contro 18 Stati membri, 4 sono contro l'Italia, alcune avviate addirittura nel 2014;
- relativamente alle acque di scarico dei centri urbani, quasi 1000 aeree della Penisola non rispettano le normative Ue;
- è ormai dal 2009 che il nostro Paese cerca di mettersi in regola con le discariche abusive.
Che è poi quello che vorrebbero le persone: un maggiore rispetto dell’ambiente. Secondo una ricerca condotta dall’Ipsos proprio su questo tema, l’opinione del 77% degli italiani è che le aziende non stiano facendo abbastanza per la sostenibilità e che la riduzione delle emissioni e dell’impatto inquinante siano i settori più importanti su cui concentrare le risorse; non solo: per il 41%, l’imballaggio è il primo aspetto attraverso cui valutare la sostenibilità di un brand e oltre la metà ha detto di comprare prodotti fatti con materiali riciclati.
Tornando alla plastica monouso, è sicuramente vero che “questo sforzo (quello di abbandonarla, ndr) non è gratis, richiederà sacrifici a tutti e genererà scontentezza”, che “dovremo tutelare le categorie più vulnerabili” e “si aprirà una stagione di necessità di aiuto sociale più complessa di quella da cui usciamo”, come ha detto il ministro Cingolani al Corriere della Sera. E però anche è vero che “è una materia deleteria per l'ambiente e va diminuita il prima possibile”, che “l'Europa sta facendo uno sforzo epocale”, che lo sta facendo perché “ogni anno muoiono 400mila persone a causa del cambiamento climatico, che costa all'economia globale 1200 miliardi di dollari” e che “l'ideologia è la principale nemica dell'amore verso i nostri figli: ci rende ciechi e ci fa perdere di vista l'obiettivo globale”. Chi l’ha detto? Sempre Cingolani, e forse dovremmo dargli retta.
Si è formato professionalmente a Quattroruote, dove ha lavorato per 10 anni. Nel 2006 è tornato nella sua Genova ed è nella redazione di Italian Tech.
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