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4° tappa del tour di Cucchiaio, destinazione Merano WineFestival. Viaggio per immagini di una kermesse che celebra il vino nell’elegante città termale
La receptionist dell’hotel lo aveva detto, la mattina di buonora, mentre uscivamo per accreditarci al Festival cercando di anticipare la folla e dare inizio alla quarta tappa del tour della redazione di Cucchiaio.it. ‘Se non siete mai stati al Merano WineFestival, allora vi emozionerete!’. Non è che non le abbiamo creduto, che il vino crei emozione è una certezza ma che lo faccia un festival, seppur di vini, ecco, ci era sembrato un bell’augurio ma forse un po’ di parte. Ventiquattrore più tardi ci saremmo dovuti ricredere: la sua era stata una gentile profezia, aveva ragione lei, è l’emozione il vero motore di questo festival.
“Il Lambrusco è un ottimo vino, ma da solo è come se gli mancasse qualcosa, e quel qualcosa è qualche fetta di mortadella con cui accompagnarlo”. Nelle parole del fondatore della kermesse, Helmuth Köcher, con cui abbiamo fatto una chiacchierata rivelatrice del suo approccio al vino, il senso della nostra presenza. Colmare 'la solitudine del vino' comprendendo il senso del wine pairing, tema di cui ci piace occuparci. È nella relazione tra cibo e vino che i due elementi, quasi sempre, sanno dare il loro meglio. Tanto che il MWF dedica tutta un’area alle eccellenze italiane (del resto d’Italia, il Trentino Alto Adige non compare mai). Ecco che oltre ai vini abruzzesi fa la sua comparsa la ventricina, come accanto alle produzioni vinicole campane, l’irresistibile colatura di alici di Cetara valorizzata dallo chef Gennaro Marciante. Ecco, le nostre buone ragioni per partecipare.
È il sontuoso edificio che ospita il Festival, e affaccia sull’elegante passeggiata meranese, il Lungo Passirio. Un complesso architettonico in stile liberty, cuore della città e della manifestazione. Dal palco dell’imponente sala Kursaal si godeva dello spettacolo messo in scena dalla popolazione del vino, affaccendata in assaggi e affari. Un po’ come nei bistrot parigini dove, rivolti alla strada, si starebbe ore anche solo a guardare quella moltitudine di persone col naso dentro ai calici.
Il popolo del vino è un popolo anche giovane. Abbiamo raccolto una galleria di immagini che catturano un lessico famigliare, abiti, cappelli, sguardi e risate, in una relazione con il vino che sembra scendere in profondità. Il popolo del vino è ricercato, negli abiti, nelle posture, nel cerimoniale come se portasse con sé tutta la memoria degli antichi culti di cui il vino è stato protagonista. Il vino si annusa, si osserva, si fa roteare, si versa, si assaggia, si butta, in una nuova e antica liturgia, dove accanto al bicchiere c’è lo smartphone, supporto alla memoria e alla fantasia.
Alle due del pomeriggio di un sabato inaspettatamente assolato, sul ponte Lenor, si è svolta la sciabolata collettiva, capitanata da Köcher. È un cerimoniale antico, il sabrage, da sabre che in francese significa sciabola. Il rito ha origine in epoca napoleonica, quando si usava sciabolare per celebrare una vittoria ma anche per consolarsi dopo una sconfitta. Sciabolare non è semplice, la bottiglia di champagne o spumante deve essere fredda, si deve liberare dalla gabbia il tappo e poi colpire, tenendola inclinata nel modo corretto a favorire il fiotto.
E poi la scoperta della pecora alla callara, antica ricetta della transumanza diffusa nei parchi abruzzesi e la trota friulana, che abbiamo riproposto nella nostra cucina. E ancora, l'importanza non solo del contenuto ma anche dei calici, coprotagonisti dell'esperienza finale e determinante nella vita del vino. Ma andiamo con ordine e cominciamo questo tour insieme.
Fotografie di Luigi Narci
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